Take me (I’m yours) – Milano, Hangar Bicocca – Quando l’arte si fa esperienza

Aspettavo questa mostra collettiva con curiosità. Per me l’ arte è sopratutto esperienza. Odio i musei in cui ti guardano male, o addirittura ti sgridano, se ti siedi per terra  per goderti un’opera d’arte.  Mi piacciono i musei che sono spazi da vivere e da esplorare, quelli in cui visitare una mostra è un’esperienza positiva.
L’Hanagar Bicocca in questo è sempre stato all’avanguardia e questa mostra è addirittura l’esagerazione della performance artistica esperienziale.

Take me (I’m yours) è una collettiva concepita da Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski nel 1995.
Rompe i canoni e invita i visitato a fare quello che normalmente nei musei non si può fare: toccare le opere, prenderne un pezzo, o al contrario aggiungere parti alle installazioni, crearle, svuotarle, modificare. L’interazione col pubblico modifica costantemente la mostra e chi verrà dopo di voi vedrò una mostra diversa dalla vostra, modificata dal vostro intervento e dalla vostra esperienza.

La mostra può essere visitata da spettatori passavi, e cioè senza la possibilità di intervenire in alcun modo , o da spettatori attivi. E’ possibile cioè acquistare la borsa di carta creata da Christian Boltanski al costo di 10€ che vi permetterà di interagire con ogni installazione in modo diverso.

Sono presenti 51 installazioni.

Per ognuna c’è un foglietto che potete “collezionare” strappandolo da appositi blocchetti che spiega il concetto dell’opera e cosa è possibile fare. Si possono collezionare le opere  (una copia del poster che Maurizio Cattelan ha  ricevuto in dono da Alighiero Boetti è ora appesa nel mio bagno). Usare gli oggetti messi a disposizione dagli artisti (Martina si è divertita a fotocopiare le sue mani o la sua faccia su carta rossa). Interagire con le opere. Prendere o lasciare oggetti ( per qualche ora in un’installazione ci stono stati una cinquantina di miei biglietti da visita, presi poi dagli altri visitatori che mi hanno scritto/taggata su instagram).

Le opere sono davvero tante e capire il significato e il senso di tutte con attenzione è difficile, soprattutto perchè con me c’era mini me che entusiasta saltellava da un’opera all’altra impaziente di poterla toccare o trasformare.
L’idea è molto bella, ma i turni incalzanti nel week end per il folto numero di visitatori sacrificano un po’ la visita che secondo me richiederebbe almeno un’ora e mezza ( e non i 45 minuti previsti tra un turno e l’altro). Solo per disegnare il ritratto “del manichino” o per tracciare la mappa della “milano che ami” ci vorrebbero 30 minuti, e lo stesso per cercare nelle montagne di riviste il ritaglio giusto per intervenire sulla composizione del pannello.

Però merita una visita. E’ innovativa e unica nel suo genere. Già dall’installazione dell’ingresso. Wish Tree di Yoko Ono, c’è una sensazione positiva

Non escludo che torneremo verso la fine della mostra per vedere come sono cambiate le installazioni dopo l’intervento di centinaia o forse migliaia di persone.

Qui tutte le info sulla mostra.

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